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La bolla del Web: la filter bubble

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Filter bubble: la bolla che filtra i contenuti online

La bolla del Web: la filter bubble

“Filter”, filtro; “bubble”, bolla: filter bubble, la bolla del filtro.
Se non avessi sentito questa espressione, nelle prossime righe capirai cos’è e perché Ti è utile saperne di più.

L’espressione la scrive Eli Pariser nel suo libro “The Filter Bubble: What the Internet is Hiding From You”, cioè “Il filtro. Quello che internet ci nasconde“. Inizia così

“Poche persone hanno notato il post apparso sul blog ufficiale di Google il 4 dicembre 2009. Non cercava di attirare l’attenzione: nessuna dichiarazione sconvolgente né annunci roboanti da Silicon Valley, solo pochi paragrafi infilati tra la lista delle parole più cercate (…) Ma non è sfuggito a tutti. (…) Bastava il titolo per capirlo:

“Ricerche personalizzate per tutti”

Cioè? I risultati delle ricerche che facciamo online – Tu, io e tutti noi – sono filtrati in base a chi fa la ricerca. Cosa ne dici? Dichiarazione bella, brutta, neutrale?

“Oggi Google usa 57 indicatori – dal luogo in cui siamo al browser che stiamo usando al tipo di ricerche che abbiamo fatto in precedenza – per cercare di capire chi siamo e che genere di siti ci piacerebbe visitare. Anche quando non siamo collegati, continua a personalizzare i risultati e a mostrarci le pagine sulle quali probabilmente cliccheremo.

Di solito si pensa che facendo una ricerca su Google tutti ottengano gli stessi risultati: quelli che secondo il famoso algoritmo dell’azienda, PageRank, hanno maggiore rilevanza in relazione ai termini cercati. Ma dal dicembre 2009 non è più così. Oggi vediamo i risultati che secondo PageRank sono più adatti a noi, mentre altre persone vedono cose completamente diverse”. In poche parole,

Google non è più uguale per tutti

Puoi fare anche oggi stesso la prova da smartphone, computer e altri dispositivi di altre persone che conosci. Digita con loro le stesse parole di ricerca e poi dai un’occhiata ai risultati. Combaciano?

Questo è importante da prendere in considerazione perché così
– evitiamo di crearci l’idea che i nostri punti di vista siano l’unica verità possibile solo perché li ritroviamo anche su Google
– siamo consapevoli che ci sono nuove, diverse idee da quelle che già sposiamo e che i risultati non sono neutrali
– non ci illudiamo di essere in prima posizione nelle nostre ricerche per esempio per le pagine di lavoro (questione SEO).

Pariser rende bene il concetto anche in un articolo su The Economist
“Un mondo costruito su ciò che ci è familiare è un mondo dove non c’è nulla da imparare… (in quanto c’è) un’invisibile autopropaganda che ci indottrina con le nostre proprie idee”.

Durante il Festival della Comunicazione di Camogli (Liguria) 2017 anche Charles Seife, professore della New York University, non ha parlato di filter bubble, ma si è soffermato indirettamente su questo aspetto

Dipendiamo così tanto dai motori di ricerca che non ci rendiamo conto di come i risultati che mostrano vengano continuamente manipolati a fini commerciali. Provi ad immaginare la stessa cosa in una biblioteca”.

E alla domanda

“Si stava meglio quando si stava peggio?”

risponde
“No, assolutamente. Credo fortemente che il mondo di oggi sia migliore del mondo di ieri da tanti punti di vista.  E sarà ancor meglio quello di domani. Per arrivarci però passeremo per valli di dolore. Soprattutto sul fronte della privacy e sul fronte del sapere. Ma siamo una specie adattabile anche se ci vorrà tempo prima di riuscire a generare degli anticorpi“.

Come riescono Google e le altri grandi aziende come Facebook, ecc… a crearci intorno questa bolla di personalizzazioni capace di tagliare fuori risultati importanti, ma magari non in linea con quello che vorremmo sentirci dire?

Puoi dare un’occhiata alle 2 guide pratiche su Big Data Cookie per approfondire la questione. Qui Ti ricordo invece quello che avevo scritto altrove: “quando è gratis, il prodotto sei Tu” riferito a tutte quelle volte, per esempio, in cui l’iscrizione a un social o altri servizi è gratuita. È una questione che riprende anche Pariser

“il servizio sembra gratuito, ma lo paghiamo con le informazioni su di noi. Informazioni che Google e Facebook sono pronti a trasformare in denaro”.

Penso che tutto questo sulla filter bubble Ti sia utile da conoscere: come fenomeno, nessuno schieramento di buoni e cattivi, utile “solo” per navigare con consapevolezza online, sei d’accordo?

Ora Ti lascio con

il TED della filter bubble

il video con il #pdv, il punto di vista, di Eli Pariser che si esprime con una sobrietà che a me è piaciuta molto.

È uno spunto che magari Ti tornerà in mente nelle Tue prossime ricerche sul Web 🙂

 

SteFania di Studio Netiquette

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1 A questo proposito

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