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Hikikomori: isolamento sociale volontario

Cosa significa hikikomori

Hikikomori è una parola che arriva dal Giappone: è lì che per la prima volta è stato studiato.
La traduzione è “stare in disparte”: hikikomori si riferisce a tutte quelle persone che – giovani, di entrambi i sessi – scelgono l’isolamento sociale in modo volontario.

Nella definizione giapponese “è un hikikomori se non studia, non lavora e non esce di casa per un periodo di almeno 6 mesi”.
In realtà il fenomeno è più articolato ed è stato registrato anche in Italia, soprattutto come motivo di abbandono scolastico.

Hikikomori è chi sceglie di “isolarsi dalla società, vivendo nella solitudine della propria camera”.

Ne hai sentito parlare?

Conoscevo l’hikikomori già da qualche anno: ma di recente ho scoperto che i numeri sono cresciuti.
Così in Italia è nata una ONLUS, un’associazione (ha creato anche un gruppo Facebook per genitori) che dà informazione e supporto a chi – figli/e e loro genitori – ne è coinvolto.

Ho ascoltato alcuni loro iscritti durante un incontroTorino (all’istituto Avogadro di c.so San Maurizio): tra gli interventi, una mamma ha portato in prima persona la propria testimonianza.

Quali sono i primi segnali dell’hikikomori?

  • Le ripetute assenze a scuola (fino all’abbandono scolastico)
  • La mancata ricerca di interazione sociale con i coetanei
  • Il ritiro nella propria camera
  • L’inversione delle attività giorno/notte
  • La scelta di attività solitarie, per esempio con computer e smartphone.

A proposito di quest’ultimo punto, la tecnologia – Web incluso – non è la causa. È però una scelta privilegiata dall’hikikomori per la natura stessa degli strumenti che la tecnologia mette a disposizione.

Chi diventa hikikomori?

Sembra che riguardi soprattutto i maschi, nella fascia di età 14-25 (a volte anche oltre), con un picco intorno ai 17 anni. Per lo più figli unici, con temperamento introverso, sensibile e intelligente – anche sopra la media.

Gli studi però non hanno ancora identificato cause-effetto: ogni caso è a sé.
Di comune e ricorrente tra gli hikikomori ci sono
– un disagio manifestato con ansia, panico e vergogna
– una visione negativa e di sfiducia nei confronti della società.

Tra competizione e richiesta di prestazioni elevate (valutate come massimo da richiedere nell’unità di tempo) trovo personalmente facile avere empatia con chi – magari nella strada da hikikomori – vive e sente la vita come qualcosa di altro e migliore (hai presente il downshifting?).

“Una sorta di rivoluzione silenziosa contro i modi della società di oggi”

ha detto un ospite di quell’incontro.

Perché l’hikikomori non è “solo timido” o figlio di un’educazione troppo permissiva o malato di mente, depresso, fannullone o dipendente dal Web.
Per questo non serve punire, staccare internet, forzare le uscite e le interazioni con le persone o creare pressioni.

L’hikikomori vive proprio una difficoltà nell’instaurare relazioni sociali, in genere nata tra i banchi di scuola, spesso a causa dell’incapacità di gestire episodi di esclusione o derisione.

La situazione non si risolve in modo spontaneo

e come ha raccontato durante quell’incontro la dottoressa Elena Rainò (reparto neuropsichiatria infantile, ospedale Regina Margherita di Torino) solo attraverso un percorso è possibile migliorare la vita di queste persone.
Prima riconosci il fenomeno – già dalle prime assenze da scuola all’apparenza immotivate – più vicino diventa l’intervento.

A volte un periodo di distacco da scuola per recuperare, per esempio grazie a laboratori artistici, quella che io chiamo “l’arte dell’incontro e della relazione“.

E se la prevenzione è la strada più efficace, la condivisione è il suo strumento più utile: passaparola.

SteFania di Studio Netiquette

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