Cosa desideri trovare?

Le relazioni di Sabina, pedagogista

Studio Netiquette / Felicità  / Le relazioni di Sabina, pedagogista

LeInterviste di Studio Netiquette alla pedagogista Sabina Colombini

Le relazioni di Sabina, pedagogista

Pedagogista, lavora come consulente pedagogico, è una mamma libera professionista e osservatrice di se stessa.
Lei è Sabina.
L’ho sentita parlare per la prima volta a Torino, al Festival dell’Educazione; “La comunicazione come luogo di cura di sé” era il titolo del suo incontro: è stato amore a primo ascolto.

Così le ho chiesto della sua #VitaDaProfessionista

  • Chi è un consulente pedagogico, cosa fa per noi, qual è il percorso e quali sono i requisiti indispensabili in questa professione
  • Quali aspetti delle sue relazioni – che le permettono la conciliazione casa-lavoro e le rendono la giornata perfetta, o quasi 😉 – può condividere con noi.

Ecco cosa ha risposto.

Le relazioni professionali di Sabina

Consulenza pedagogica: questa sconosciuta, eh?
In effetti per descrivere la mia professione servirebbero un po’ di tecnicismi, ma mi piace l’idea di provare a farlo qui con parole più chiare.
In breve, davvero breve, posso dire che con la mia professione cerco di sostenere e promuovere lo sviluppo di competenze educative negli adulti, soprattutto in coloro che ogni giorno – perché genitori o perché professionisti nei servizi socio-educativi – sono impegnati in relazioni educative con bambini, adolescenti o adulti.
Allo stesso tempo cerco di promuovere negli individui lo sviluppo di capacità indispensabili per raggiungere e mantenere il proprio benessere per stare bene nel presente e nel futuro.

Parto dalla premessa che il consulente pedagogico è il pedagogista che lavora come consulente, soprattutto come libero professionista. E più nel dettaglio…

1.
Per operare come pedagogista ho conseguito la laurea triennale in Scienze dell’Educazione, poi quella magistrale in Programmazione e gestione dei servizi educativi.
A queste ho aggiunto un dottorato di ricerca di 3 anni in Pedagogia Generale e, cosa più importante, tanta esperienza diretta nei servizi come educatrice.
Occorre poi un aggiornamento costante: è davvero importante! Su leggi, decreti e regolamenti – a livello nazionale e regionale – che riguardano servizi educativi e famiglie. E anche rispetto alle “scienze dell’educazione” (in ambito pedagogico e psicologico per esempio), alle esperienze portate avanti da realtà educative all’avanguardia in ambito nazionale e alle scoperte in ambito scientifico: come quelle delle neuroscienze.

2.
Quindi, più in generale, per conseguire la qualifica di pedagogista sono necessarie la laurea triennale in Scienze dell’educazione (classe di laurea L19) e poi, a scelta, una delle lauree magistrali in
– Programmazione e gestione dei servizi educativi (LM-50),
– Scienze dell’educazione degli adulti e della formazione continua (LM-57),
– Scienze pedagogiche (LM-85),
– Teorie e metodologie dell’e-learning e della media education (LM-93).

Tutto chiaro, sì? 😉

Questi titoli sono stabiliti dalla Legge 205-17

che con mio grande piacere è finalmente entrata in vigore l’1 gennaio 2018 (grazie al lavoro svolto dalla On. V. Iori e da molte associazioni di categoria).
Rappresenta il nostro riferimento normativo per eccellenza: riconosce infatti il pedagogista come professionista ed esplicita finalmente il tipo di laurea che questa figura deve possedere (vi invito a dare un’occhiata al testo ufficiale).
Si tratta di un grande successo per noi pedagogisti, perché sbarra il percorso a coloro che, con titolo di studio non idoneo o addirittura senza alcun titolo di studio, hanno purtroppo ricoperto ruoli e svolto mansioni per le quali non erano adatti.

3.
Al momento non esiste un albo professionale. Personalmente mi auguro ci sia presto.
Intanto, è utile seguire le direttive e le attività delle associazioni di categoria presenti a livello nazionale: come per esempio l’APEI (Associazione Pedagogisti Educatori Italiani), l’ANPE, la PEDIAS o l’UNIPED.

4.
Per entrare più nel vivo della professione, il consulente pedagogico può operare in diversi settori: dalle aziende per la formazione del personale agli adulti al livello individuale, giusto a titolo di esempio.
O ancora, come nel mio caso, può operare nell’ambito dei servizi educativi 0-6 anni e con le famiglie.

È un esperto in tema di relazione educativa e di processi educativi volti alla promozione delle competenze di ciascuno: adulti e bambini.
Il consulente pedagogico deve avere quindi
Competenze progettuali – Per saper analizzare le situazioni, individuare le risorse materiali/umane utili e individuare problemi-soluzioni. Sempre con obiettivi precisi e la valutazione del loro raggiungimento
Competenze comunicative – Per la relazione con gli altri: per esempio con i genitori e gli educatori
Conoscenze tecniche – Come la capacità di costruire strumenti per la registrazione dei dati di un’osservazione diretta
Conoscenze teoriche – Quelle che richiedono l’aggiornamento continuo di cui accennavo prima.

Nella pratica, la figura del consulente pedagogico

è fondamentale perché rappresenta un occhio esterno che, attraverso la supervisione, è in grado di individuare criticità, punti di forza e opportunità che possono sfuggire a chi lavora all’interno del servizio (si sa, la quotidianità spesso non lascia spazio alla riflessione sul proprio agire).
Purtroppo questa importanza non è sempre chiara ai servizi educativi e qui introduco una nota dolente della mia professione.

5.
Proprio perché la concorrenza è ricca anche di persone non qualificate, o con un titolo non adatto, la professione del consulente pedagogico spesso è un po’ – come dire?! – sottovalutata. E questo si traduce nella tendenza di alcuni servizi educativi a non riconoscere, anche in termini economici, il valore aggiunto di chi svolge questa professione.
Così, per esempio, sono disposti a pagare uno psicologo per la supervisione psicologica (che è estremamente preziosa, sia chiaro), ma non a pagare qualcuno che si occupi di supervisione pedagogica (fondamentale in ugual misura).

Comunque, di fatto, continuo a portare avanti con convinzione questa professione.
Ho iniziato nel 2012, ai tempi del dottorato,

nei nidi e nelle scuole dell’infanzia

oggi lavoro come libera professionista.
Una scelta che ho maturato quando è nata la mia prima bambina. “Prima” perché a ottobre del 2017 sono diventata mamma di una seconda bimba 🙂
Lavorare come libera professionista è, per me, una condizione sine qua non. Non potrei seguire le mie figlie con un lavoro fatto di orari rigidi.
Certo, questa modalità di gestire il lavoro mi richiede un impegno e una fatica maggiori (solo l’altra sera ho lavorato fino alle 2 di notte).
Mi permette, però, di gestirmi con più libertà e organizzarmi anche in base alle esigenze delle piccole.
Per esempio, quando vado nei servizi spesso porto la più piccola con me: questo mi ha permesso di riprendere a lavorare lì al compimento del suo primo mese di vita. E da casa dopo soli 10 giorni dal parto.
Inoltre posso stare con le mie figlie anche quando si ammalano.
Per me è proprio questo l’indispensabile: poter stare con loro, è la cosa più preziosa.

Le relazioni personali di Sabina

Ora mi fa piacere condividere anche quello che è, sì, un mio grande interesse personale, ma, allo stesso tempo, ha una grande utilità collettiva: l’osservazione di me stessa come persona. Proprio nella consapevolezza di una frase di Dan Millman

“Si può vivere una vita intera senza mai essere svegli”

Credo sia molto importante imparare a osservarci nella quotidianità per essere presenti nel qui e ora, come professionista, come mamma e, prima ancora, come persona.
L’osservazione di sé permette infatti di
– Non prenderci troppo sul serio
Renderci conto di quando mettiamo in atto dei comportamenti meccanici
Limitare lo spazio dei pensieri negativi che in fondo non ci appartengono (e quindi di “bloccarli” in qualche modo)
– Vivere in presenza: nel momento, in modo consapevole.

Alcuni anni fa seguii un corso di risveglio della coscienza di cui porto con me proprio l’invito a osservare noi stessi. E renderci conto di quanto, in realtà, spesso siamo addormentati.
Coltivo un grande interesse per l’argomento, nella consapevolezza che

l’unica chiave di accesso al cambiamento siamo noi stessi

Questo ha ancora più valore se penso al mio ruolo di madre e di educatrice.
Infatti l’impronta che lasciamo nei bambini dagli 0 ai 3 anni è indelebile e questo ci richiama alla responsabilità per gli adulti che diventeranno.

A questo proposito suggerisco

  • La visione di un film “La forza del campione” del 2006. Che, forse, non rappresenta un esempio di grande cinema, ma che, a mio avviso, offre molti spunti di riflessione
  • La lettura del romanzoLa via del guerriero di pace” di Dan Millman da cui è stato tratto il film
  • La pratica di 2 esercizi che invitavano a fare tra un incontro e l’altro in quel corso di cui vi accennavo prima.


Provate a essere presenti a voi stessi ogni volta che, durante la giornata, attraversate una porta.
Perché quante volte vi capita di non rendervi assolutamente conto di aver appena attraversato una porta spostandovi, per esempio, da una stanza all’altra?


Provate a essere presenti a voi stessi per 5 minuti quando fate la doccia.
Cercate di concentrarvi sul momento, di percepire l’acqua che scende, che cade sul vostro corpo, osservate la direzione delle gocce d’acqua che cadono sulla vostra pelle; e soprattutto osservate quanto tempo passa prima che la vostra mente sia assalita da altri pensieri: “oggi devo andare dal meccanico”, “Comunque Carlo l’altro giorno…”, ecc…

Ve lo anticipo: vi renderete conto di quanto questi esercizi siano difficili, e di quanto, in realtà, passiamo gran parte della giornata non presenti in ciò che stiamo facendo.

Riuscite a immaginare che peso abbia questo nelle nostre relazioni quotidiane, professionali e personali?

Tra le relazioni di Sabina

penso ci siano davvero ottimi spunti di riflessione per questa #VitaDaProfessionista: la nostra responsabilità di adulti nei confronti dei bambini, la consapevolezza di essere noi tutti – Tu come me – la chiave di accesso al cambiamento e, per finire, il beneficio che solo la presenza sa creare, con la testa e il cuore nel qui e ora.
A me, al posto degli ottimi esempi della doccia e della porta di Sabina, durante un incontro su cervello ed emozioni, avevano portato l’attenzione sui momenti di “lavaggio” denti e piatti: il concetto di fondo è identico.
E confermo: non è facile, soprattutto all’inizio. Ma quanto vale provarci e riprovarci!

Ci hai pensato? 🙂

Allora, per ricordare e mettere in pratica questi spunti Ti lascio
– il link di una scena tratta dal film che ci ha suggerito Sabina: questa
– i riferimenti di Sabina, la preziosa fonte di questa intervista

Sabina Colombini pedagogista - Intervista di Stefania Lovaglio Studio Netiquette

 

 

Sabina Colombini
abita a Torino.
La trovi anche su Linkedin,
sul suo sito web e
via telefono 348.2873830

SteFania di Studio Netiquette

Per la Tua #VitaDaProfessionista, oltre queste guide pratiche, trovi strumenti utili sulla pagina Facebook “Netiquette” @studionetiquette

Nessun commento

Tu cosa ne dici?

due × cinque =